Perché chi lascia un lavoro fisso non è necessariamente pazzo

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Nel lontano 1995, dopo l’ennesima “guerra” in tipografia (nella quale fui sbattuto a lavorare quasi punitivamente per aver abbandonato l’università), tra macchine obsolete e dita che saltavano diedi le dimissioni perchè non riuscivo proprio a vedere un futuro adatto a me.

Qualche giorno dopo aprii la mia prima partita iva. Senza nulla in tasca. Solo un paio di milioni di lire di liquidazione ed il mio diploma di programmatore EDP rilasciato dalla Regione Lazio. E me ne andai di casa.

Oggi a distanza di anni riconosco che sono state più le difficoltà che i vantaggi, e mi ritrovo di nuovo fermo e dubbioso davanti lo stesso bivio di allora, a scrutare sia la strada che va a destra che quella che porta a sinistra: lasciare un compenso fisso, seppur come autonomo, o tentare di costruire veramente qualcosa che mi realizzi.

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Essere autonomi, nella vita e nel lavoro, dovrebbe essere l’obbiettivo di chiunque ma avventurarsi nella giungla del mercato senza referenze o padrini di vario genere inevitabilmente aumenta il rischio di trovarsi in situazioni spiacevoli con i propri clienti, magari a causa della voglia di dimostrare il proprio valore o la propria professionalità.

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Penso che ci abbiano proprio presi in giro, da sempre. A dir la verità non ho mai creduto molto nello schema

scuola -> laurea -> postofisso -> pensione -> morte

C’è sempre stata una vocina dentro di me che mi insinuava un dubbio lacerante e col passar degli anni il dubbio si è consolidato ed è divenuto consapevolezza.

La disoccupazione aumenta perchè sempre più giovani lo hanno capito e rifiutano ciò che viene loro proposto.