Archivi categoria: Mettersi in proprio

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Programmatori Indiani low-cost: rischio o opportunità?

Qualsiasi startupper o imprenditore digitale  ci ha pensato almeno una volta, e visto che ci sto sbattendo la testa da mesi ed ho investito qualche migliaio di dollari ti sarà utile la mia esperienza, che condivido volentieri.

La doverosa premessa è che non sto parlando di agenzie di sviluppo in generale, ma di quelle aziende in genere pakistane o indiane che vendono cloni di applicazioni popolari o servizi di sviluppo e assistenza  a prezzi molto competitivi.

Come mio solito niente supercazzole,  vado diritto e sintetico ai punti essenziali. Continua a leggere

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10 Cose che uno Startupper Deve Sapere

Poco più di un anno fa scrivevo Io non so cos’è una Startup.

Dopo qualche giorno, esattamente ad agosto del 2012, mi sono candidato al primo chapter romano del Founder Institute ed ho passato la selezione. Dopo i mesi durissimi del corso sono riuscito ad arrivare alla fine, sono stato incubato nel Founder Institute con la mia startup, Gastromama,  sono entrato in Microsoft Bizspark, sono co-founder dell’associazione Startup Turismo.

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Perché chi lascia un lavoro fisso non è necessariamente pazzo

Nel lontano 1995, dopo l’ennesima “guerra” notturna in tipografia (nella quale fui sbattuto a lavorare quasi punitivamente per aver abbandonato l’università), tra macchine obsolete e dita che saltavano diedi le dimissioni perchè non riuscivo proprio a vedere un futuro adatto a me.

Qualche giorno dopo aprii la mia prima partita iva. Senza nulla in tasca. Solo un paio di milioni di lire di liquidazione ed il mio diploma di programmatore EDP rilasciato dalla Regione Lazio. E me ne andai di casa.

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Mettersi in Proprio, Come Funziona all’Estero: Uno Sguardo in Brasile

Non ho mai compreso il senso di un sistema fiscale soppressivo nei confronti di chi decide di aprire una attività qui in Italia,  specie nel caso di giovani armati solo di capacità e buone speranze che invece di essere considerati una risorsa fanno la fine della carne da macello o dei delfini che finiscono nelle scatolette di tonno dalle pinne gialle.

E la mia perplessità aumenta vedendo quanti ottimi professionisti (giovani e meno giovani) brancolano nella nostra rete, professionisti che ho conosciuto/sfiorato/seguito e che hanno le carte in regola per fare grandi cose.

Mi sono andato a controllare come vengono trattati i microimprenditori in un paese che conosco abbastanza bene e che è oramai tra le prime cinque potenze economiche mondiali: il Brasile.

Ed ho scoperto qualcosa che mi ha entusiasmato e nello stesso tempo amareggiato.

Mettersi in proprio: le opportunità in Brasile

Il governo federale Brasiliano ha rivisto da qualche anno la figura professionale del micro-imprenditore individuale (l’equivalente della nostra partita IVA personale), al fine di far emergere i lavoratori che operano in nero e incoraggiare giovani e meno giovani a lanciarsi.

Costi

Ecco quanto costa aprire l’equivalente della nostra partita IVA individuale in brasile.

  • Apertura attività: del tutto gratuita
  • ISS (le nostre tasse provinciali): valore simbolico di 5R$ al mese
  • ICMS (la nostra IVA): valore simbolico di 1R$ al mese
  • INSS (la nostra INPS): forfait di 27,25R$ al mese, più una tantum iniziale di 59,95 R$
  • Tasse su fatturato: zero (si si, hai capito bene)
  • Bilancio annuo: gratuito il primo anno

 Come ci si avvia e come si opera;

La gestione è estremamente semplificata, tanto da poter essere esercitata in proprio senza l’ausilio di un commercialista;

  • Modalità di apertura: online tramite l’apposito sito
  • Imposte simboliche mensili e previdenza: si paga in banca utilizzando i carnet mensili generati online ogni anno
  • Contabilità: non richiesta. Basta registrare online ogni 20 del mese entrate e uscite del mese precedente

Limitazioni

  • Non si possono avere altre attività o partecipazioni ad altre società
  • Massimo un dipendente, retribuito con minimo salariale
  • Fatturato massimo; R$ 36.000,00 annui (stanno per essere aumentati a R$ 100.000,00)

Facciamo un paragone con l’Italia

Starai sicuramente convertendo gli importi in euro per avere una idea in euro dei costi e delle entrate, ma non lo fare.

Il potere di acquisto di Euro e Real Brasiliano sono gli stessi, il che equivale a dire che guadagnare un euro in Italia equivale più o meno a guadagnare un Real in Brasile.

Quindi, se in Italia esistesse l’opportunità del microimprenditore individuale, vorrebbe dire che;

  • Un giovane potrebbe aprire una attività senza costi, a parte i circa 60 euro di avvio dell’INPS
  • Mensilmente pagherebbe una tariffa a forfait di 34 euro comprendente tasse, IVA e previdenza
  • Non ha bisogno di contabilità, fa tutto online
  • Potrebbe fatturare sino a 3.000,00 euro al mese con questo regime fiscale (10.000,00 con i nuovi massimali)
  • Potrebbe assumere un dipendente (ma solo uno)

La gerontocrazia sociopatica italiana

I più ingenui/bastian-contrari/polemici a questo punto penseranno; Si, come no! Voglio vedere se tutti aprono sta ditta senza pagare INPS o tasse il paese poi come si regge.

Se sei tra questi te lo spiego subito; hanno tentato di ideare un meccanismo che incoraggi l’impresa abbattendo il rischio di indebitamento in avvio, al contrario rischio altissimo qui da noi, e che dia la possibilità  ai più capaci di svilupparsi  successivamente in imprese vere e proprie con regime fiscale regolare, creando a loro volta valore e opportunitò per il loro paese.

Il punto è questo: li ci hanno pensato a creare una opportunità per i loro figli, qui da noi no.

Sembra al contrario che si faccia a gara ad anticipare da data di autoestinzione del nostro paese continuando ad ignorare il valore nascosto nel sottobosco del lavoro e continuanto a bastonare pensonati, malati, extracomunitari, studenti, giovani ecc. I più deboli in pratica.

La cosa più che indignarmi mi provoca rabbia, perchè penso che sia una opera consapevole.

Che ne pensi?

Per farti ulteriormente del male puoi leggere;

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Lavorare in Proprio: i 5 Peggiori Clienti da Evitare in ICT

Queste sono cinque situazioni che ho vissuto personalmente e che, se tornassi indietro, rifuggerei senza alcun dubbio perchè mi hanno fatto perdere tempo ed energie che avrei potuto spendere in maniera più efficace e produttiva.

Clienti da evitare

Te li elenco nella speranza che possano servirti per interpretare meglio situazioni nelle quali potresti trovarti;

1. Ma che stai a guardà er capello?

La registrazione di un semplice dominio per un cliente, per un totale fatturato di qualche euro l’anno, a volte fa sentire in diritto il cliente di massacrarti lo scroto con telefonate giornaliere per consulenze di vario genere; dalla stampante del suo ufficio che non funziona più al sito (fatto fare al nipote della segretaria) che non è primo su tutti i motori di ricerca.

Tanto sei suo fornitore, quindi è normale che ti chiami…

Rimedio: non registrare solo domini per i clienti. Potresti pensare che farlo li leghi a te, in realtà son loro che ti hanno legato alla loro scrivania.

Un rimedio alternativo potrebbe esser quello di far pagare a caro prezzo il mantenimento (tipo 300 euro l’anno o più, e neanche così è un buon affare). Ricordo un cliente che entrò nello stand di SMAU 2001 che mi disse con fare sagace “Quardi che lo so quanto costa il mantenimento di un dominio, perchè dovrei pagarl così tanto?“. Io gli risposi: “Giusto, non lo faccia. Lo registri da solo così risparmia sul progetto.

2. Per sempre insieme…

La maggior parte dei clienti a cui serve un sito danno per scontato che l’importo per lo sviluppo include tutte le modifiche, per sempre…. Tanto  quanto tempo ci vuole a cambiare colore ad un titolo?

Rimedio: Quantifica sempre il preventivo in due parti; la prima riguardante sviluppo e messa in opera,  la seconda riguardante il mantenimento specificando il numero di ore-uomo da scalare ad ogni richiesta.  Ed il core business del mercato ICT interessa il mantenimento più che lo sviluppo e la  messa in opera dei progetti.

3. Ma che non ti fidi?

Stento a crederci ma c’è ancora gente che si scandalizza se gli presenti un contratto da accettare e sottoscrivere. Qui non esistono mezzi termini: chi non vuol firmare un contratto perchè “tanto c’è fiducia” vuole fregarti.

Rimedio: Girati, vattene, non ti girare e non rispondere alle sue chiamate. Avrai solo grane.

4. Il restauratore di siti antichi…

Altra situazione che dovrebbe metterti in allarme:  ti chiamano per mettere mani ad un progetto incompiuto. In questi casi in genere il tuo cliente ha interrotto bruscamente i rapporti con l’ex fornitore e tu devi metter mani a situazioni senza documentazione e senza informazioni.

Ovviamente a detta del tuo cliente è il suo ex-fornitore ad esser stato poco professionale e sleale a tal punto da causare la brusca interruzione dei rapporti, ma ogni volta che mi sono capitate situazioni del genere alla lunga ho scoperto che era esattamente il contrario.

Rimedio: cerca di capire chi era l’ex fornitore del tuo cliente per contattarlo e cercare di capire come sono andate effettivamente le cose.

5. L’amministratore sull’isola che non c’è… -

Amministratore

Anche dietro la firma di un contratto possono celarsi delle insidie: potresti infatti esser capitato in una azienda il cui amministratore è un abitante dell‘isola che non c’è. Ne esistono tanti ed è difficile capire  dietro quali società si celano. Per loro natura si svelano solo quando scade la fattura che devono pagare.

Per pagare pagano, ma devi capire che in quanto abitanti dell‘isola che non c’è non è detto siano nel nostro mondo quando devono apporre l’OK sulla fattura da mettere in pagamento.

In genere hanno una segretaria che al telefono avvisa tutti che “l’amministratore al momento è sull’isola che non c’è, si occupera di tutto al suo ritorno“. Ovviamente la tua fattura nel frattempo non può essere pagata, nonostante la scadenza.

Rimedio: purtroppo non ne ho :) Il fatto è che pagano alla fine, pur mettendoti in difficoltà.

Una cosa te la posso dire però; non è normale pagare le fatture in ritardo. Ho avuto diversi clienti esteri ed hanno sempre  pagato nei tempi prestabiliti senza neanche un reminder. Ti posso assicurare che il vizio di pagare le fatture in ritardo è un malcostume tipicamente italiano.

Concludendo…

Come ho avuto modo di ribadire più di una volta…. il successo nell’ICT è determinato dai lavori che lasci, non da quelli che prendi.

In bocca al lupo :)

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Perchè Andar Via dall’Italia Non È Una Fuga

Ogni occasione è buona per rinfocolare l’eterno dilemma: rimanere in Italia e combattere per il cambiamento oppure andarsene a cercar sorte altrove?

Spesso noto un atteggiamento critico nei confronti di chi esprime il desiderio di cambiare aria stigmatizzando una decisione del genere come fuga, abbandono del proprio paese a se stesso, rifiuto di combattere per un miglioramento.

Penso sia sbagliato, ecco perchè;

1. E’ una questione di scelte, non di soprusi

scelteCollegare le situazioni difficili del nostro paese alla fazione politica che governa al momento sarebbe troppo semplicistico. Sono abbastanza smaliziato da evitare questi facili equivoci.

No, la colpa non è dei politici ma è di chi ce li ha messi. Cioè noi.

I governi ladri non esistono, esistono solo popoli immaturi che mandano al potere personaggi di dubbio gusto. Punto.

2. E’ una scelta di vita, non una fuga

Non mi si venga a dire che chi se ne va dall’Italia ha un attico a Times Square che lo aspetta. Spesso chi se ne va sceglie posti per certi versi peggiori.

Il Sud America ad esempio seppur con un serio problema di criminalità e sicurezza sociale  è una delle mete preferite da chi vuol cambiare aria. Come può accadere una cosa del genere?

E’ semplice; perchè non si fugge ma si sceglie consapevolmente di cambiare le circostanze nelle quali  vivere tentando di fare una valutazione complessiva di vantaggi e svantaggi del luogo che si lascia e quello che si trova.

Tanto di cappello verso chi ha coraggio di svincolarsi da dinamiche nelle quali non si riconosce.

3. E’ una questione di persone, non di cervelli

PersoneAltra asserzione che mi provoca un certo prurito: “I cervelli se ne vanno, creano brevetti all’estero e noi ci rimettiamo soldi“.

Veramente ad andarsene sono le persone, non  solo ì cervelli. Ne conosco di gente non laureata che se n’è andata definitivamente e non torna più.

Riguardo i cervelli leggiti Arrivederci, Italia: Why Young Italians Are Leaving (Arrivederci, Italia: perchè i giovani Italiani se ne stanno andando), un bell’articolo del Times Magazine pubblicato lo scorso Ottobre.

4. E’ una questione di matematica

L’Italia è stato un paese a crescita sotto-zero negli ultimi anni. Questo vuol dire che per molto, molto, molto tempo ancora avremo tantissimi vecchietti a cui dover pagare le pensioni con i contributi del lavoro di molti meno ex-giovani.

Che presumibilmente a causa di questo si vedranno limitate le possibilità di costruirsi una vita degna.

E’ uno scenario entusiasmante per mettere al mondo un figlio e farlo crescere in questo paese?

 5. E’ una questione di responsabilità, non c’è nessun cattivone da combattere

ScelteRimanere per migliorare che? Sconfiggere chi? Berlusconi? I fascisti? I comunisti?  No, cerchiamo di osservare la nostra storia per capire meglio noi stessi.

Qui in Italia non c’è nessun problema, è che siamo proprio così. Lo siamo sempre stati.

E questo ho inziato a sospettarlo già dopo la scuola, quando  pian piano mi sono accorto che molti dei luoghi comuni del nostro paese non corrispondono a verità.

Un caso esemplare: non è vero ciò che ho studiato per anni sui libri riguardo il fascismo, e cioè che gli Italiani erano vittime di Mussolini. Solo più tardi ho scoperto esattamente il contrario: gli italiani erano Mussolini! Erano tutti con lui, a parte qualche eccezione. E si dice che l’Italia ha girato a destra recentemente quando ideologicamente lo è sempre stata.

Noi siamo sempre stati dominati e questo ci porta a  cercar padroni, a delegare a qualcuno le responsabilità della nostra stessa vita, qualcuno col fascio in mano, con la tunica bianca, con falce e  martello oppure l’imprenditore-che-si-è-fatto-da-solo. Poi, quando ci accorgiamo che il meccanismo non funziona ci incazziamo e improvvisamente ce li facciamo diventare nemici da un giorno all’altro.

Diventiamo frustrati, la frustrazione genera paura e rabbia e da qui nasce l’intolleranza e la chiusura mentale che porta ad attaccarci l’un l’altro con la scusa della nazionalità, del dialetto, della fazione politica o della squadra calcistica. Adesso siamo proprio così: un popolo frustrato e non ci rendiamo conto che la nostra frustrazione nasce dal fatto di veder sgretolate per l’ennesima volta le speranze riposte in colui o ciò a cui avevamo affidato le responsabilità della nostra vita.

Vogliamo veramente cambiare?

Ma bene, allora inziamo da un punto: non si cambia la società con la politica, è il contrario.

Se cambiamo noi stessi ed iniziamo a prendere coscienza del fatto che

tutto ciò che succede nella nostra vita è una conseguenza delle nostre azioni o della nostra mancanza di azione

allora smetteremo di dar potere al fascio, alla falce col martello, alla religione (qualsiasi essa sia) o al fenomento di turno e determineremo dei cambiamenti così profondi da trasformare la politica come ovvia conseguenza.

Potremmo iniziare smettendo di criticare chi decide di vivere altrove ed auguragli piuttosto un grosso bocca al lupo? Se non siamo capaci di fare qualcosa di tanto civile ed elementare figuriamoci se possiamo metterci a cambiare il mondo…

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Lavoro e Carriera: Perché Ci Hanno Preso in Giro

Penso che ci abbiano proprio presi in giro, da sempre. A dir la verità non ho mai creduto molto nello schema

scuola -> laurea -> postofisso -> pensione -> morte

C’è sempre stata una vocina dentro di me che mi insinuava un dubbio lacerante e col passar degli anni il dubbio si è consolidato ed è divenuto consapevolezza.

La disoccupazione aumenta perchè sempre più giovani lo hanno capito e rifiutano ciò che viene loro proposto.

Out

Ed hanno ragione.

Anni di illusioni e di addomesticamento scolastico e sociale per arrivare poi a scoprire che tutti gli sforzi profusi non sono serviti per fare ciò che avevamo deciso o ciò che ci sarebbe piaciuto.  Ma solo per alimentare un esercito di moderni schiavi da inserire in catene di montaggio ben mimetizzate.

Più o meno consapevolmente lo si è capito, ed ecco perchè;

  1. La disoccupazione è in aumento
  2. I lavori vacanti anche
  3. I giovani che non lavorano non si inseriscono più neanche nelle liste di collocamento

E, bada bene, quando vedi il politico di turno che bacchetta i giovani dicendo che è pieno di posti per scaricare le casse al mercato chiediti perchè non lo ha accettato lui quel posto.

Rifuggi sempre, e senza rimorso,  da chi distribuisce regole che valgono (solamente) per gli altri. Si chiama Propaganda.

In realtà ci troviamo di fronta ad una fase di transizione più spirituale che economico-sociale. Per afferrarne bene l’essenza basta allargare la visione del nostro momento storico partendo da 150 anni fa ed arrivando a 150 nel futuro.

Così facendo ciò che sembra così immutabile e assoluto se visto nel nostro piccolo contesto, come questo tipo di capitalismo basato sul mercato del lavoro, appare ciò che è: un momentaneo fuoco di paglia che lascerà un cumulo di macerie.

Nel prossimo futuro:

  • ognuno di noi sarà altamente specializzato in qualcosa
  • la molla che ci porterà a specializzarci non sarà l’ambizione sociale ma la passione, fare ciò che ci piace
  • impareremo più facendo che con i libri
  • non esisteranno più “società” o “imprese”, ma tanti individui super-specializzati che collaboreranno spontaneamente e con entusiasmo a progetti comuni, ognuno mettendo a disposizione la propria conoscenza
  • la teconologia servirà anche per scaricare le cassette al mercato, lasciando finalmente l’uomo libero di nobilitarsi col lavoro che preferisce.

Questo sarà il futuro, è per questo che la società sembra in crisi: stiamo solo diventando consapevoli rifiutando un mercato del lavoro repressivo. Se devi puntare fallo bene: punta su te stesso.

Il lavoro che vuoi non c’è e non ci sarà, se lo vuoi te lo devi creare da solo.

Photo Credit: andresr

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5 Dilaganti Menzogne Su Vita, Carriera e Lavoro

C’è chi dice che bisogna lavorare sodo, rispettare i ruoli, saper aspettare ed ubbidire. In realtà molte regole sono appositamente concepite per tenere a bada il gregge.

Ipnosi

Ecco cinque riflessioni consolidatesi grazie alla mia esperienza personale e lavorativa di questi ultimi quindici anni.

Menzogna n. 1: “Senza una laurea non hai chance”

Falso: la conoscenza e la cultura sono due cose ben differenti.

Ho appreso molto più conoscendo persone e culture diverse che sfogliando polverosi libri di testo. Se lo studio è lo strumento per aumentare la conoscenza allora bene, altrimenti meglio valutare altre strade. Purtroppo la formazione ha assunto il compito di omologare, neutralizzare ed appiattire le individualità per la salvaguardia  del sistema.

Menzogna n. 2: “Il bene dell’azienda ed il tuo sono la stessa cosa”

Falso: La tua presenza in seno ad una azienda è giustificata da utili e serenità che questa ne può ricavare.

Venendo a mancare tale presupposto non ci metterebbero un secondo a mandarti a casa, a prescindere da quanto tu abbia fatto per l’azienda sino a quel momento mettendo a rischio la serenità della tua famiglia non dedicandogli il tempo dovuto.

Menzogna n. 3: “I clienti  hanno sempre ragione”

Falso: il lavoro nobilita l’uomo se gli permette di crescere ed evolversi.

Con quanti clienti questo è possibile? Se un cliente non ha ragione cerca di farglielo capire. Se non lo capisce (o non lo vuole capire) ringrazia e passa oltre.

Menzogna n. 4: “Far carriera vuol dire scalare un sistema gerarchico”

Falso: più in alto sarai più stronzo sarà  il tuo responsabile.

L’organizzazione del lavoro all’interno delle nostre imprese si basa sulla competizione, ma lo scopo principale della competizione è creare antagonismo tra le risorse impedendo coesione e collaborazione che ne renderebbe difficile il controllo da parte del management. Senza considerare poi che chi sta all’ultimo piano ha il peggiore dei capi; il direttore di banca.

Menzogna n. 5: “Tieni duro e sopporta, arriverà il tuo momento”

Falso: Sei solo tu a poter determinare quando arriverà il tuo momento.

Se qualcuno di dice questo vuole solo assopirti e metterti nelle condizioni di non rompere troppo i coglioni. La maggior parte delle persone muore aspettando.

 

Photo credit: James Steidl